La gara a chi riuscirà a ridurre prima –e di più– il numero dei consiglieri regionali mi suscita inquietudine. L’indignazione per i danni fatti impunemente da una classe politica senza qualità non mi basta ad evitare un brivido ogni volta che sento diminuire il numero di coloro che dovrebbero rappresentare questo popolo, produrre leggi e regole, definire interventi e investimenti per il benessere collettivo. José Saramago, negli ultimi anni della sua vita, ammoniva sulla cura che occorre prestare alla democrazia: «È considerata un elemento già acquisito, una volta per tutte e per sempre, di cui non vale la pena parlare, mentre io dico che sì, vale la pena parlarne interminabilmente, pensarci, rifletterci, discuterne con le persone più vicine».
La prima causa di inquietudine è proprio la mancanza di una riflessione e discussione incentrata sulla cura migliore per la nostra democrazia malata, mentre sembriamo caduti nella trappola della semplificazione sia della malattia che della cura. Penso che la democrazia sia un bene supremo (e fragile) che non si deve mettere in gioco in una partita truccata. «Non si tratta di mettere un governo al posto di un altro o di altri – spiegava Saramago in una delle sue ultime interviste – ma di mettere al centro della discussione il tema della democrazia, della vera democrazia, di rifondarne il concetto a partire dalle necessità reali della gente, soprattutto per evitare che il desiderio di libertà e di dignità crollino rendendogli esseriumanipiù vulnerabili e portandoli al precipizio».
È proprio in tempi come questi che il desiderio di libertà e di dignità possono crollare sotto il peso delle difficoltà quotidiane e della mancanza di prospettive di vita migliori per una parte crescente della popolazione, ed è quindi particolarmente grave e pericolosa la debolezza del sistema democratico in un momento come questo. L’obiettivo impellente dovrebbe essere pertanto il rafforzamento della democrazia, a cominciare dal recupero dell’autorevolezza delle istituzioni, attraverso regole nuove, rispettabili e rispettate. Questo è il momento di aprire le istituzioni ad una partecipazione più ampia, non di ridurla.
La malattia non sta nei costi diretti della politica: si risolverebbe facilmente tagliando da subito i privilegi e il trattamento economico esorbitante (che resta “onorevole” anche dimezzato). La malattia è molto più grave e riguarda semmai i costi indiretti: le leggi inapplicate o i provvedimenti non assunti, le risorse non spese o spese male, i problemi non affrontati e spesso aggravati. Ci sono questioni serie di cui discutere, come l’immoralità e l’incompetenza, che non si eliminano riducendo i posti nel Consiglio regionale ma attraverso modalità di selezione della classe politica più aperte e trasparenti, e forse anche con qualche forma di risarcimento per le collettività danneggiate.
La riduzione del numero non garantisce che i consiglieri siano migliori, ma solo che saranno di meno; potrebbero continuare ad essere incapaci e inefficienti e potrebbe arrivare il momento in cui si dirà che costano troppo rispetto a quanto valgono, e si proporrà di ridurli ancora. Se oggi passano da 80 a 49 che cosa impedirà domani di ridurli della stessa misura e lasciarne 18? Da 18 a zero il passo sarebbe poi brevissimo e il risparmio totale.Macosì sparisce il sistema democratico. Per restituire dignità e sobrietà alla politica –ma anche efficienza e utilità collettiva – non si capisce perché si dovrebbe ridimensionarla. Ridurne i costi potrebbe servire, al contrario, per aprirla ad una partecipazione più ampia. Ciò che va eliminata è l’idea dell’onore privo di oneri, del potere senza responsabilità, del prestigio che prescinde dall’impegno e dal valore; bisogna fare dell’incarico politico e istituzionale un ruolo di servizio e non un modo per arricchirsi e acquisire potere in una sequenza infinita.
Vogliamo avere una èlite sempre più ristretta (non necessariamente migliore o forse persino peggiore) che goda degli stessi enormi privilegi di oggi e costituisca una casta ancora più chiusa e potente o allargare la partecipazione e rendere la politica un servizio di utilità pubblica nel quale si alterni un’ampia porzione di cittadini e cittadine? Qualcuno pensa che la democrazia è un lusso che non possiamo più permetterci. Speculazioni e sprechi di ogni genere, regalìe ad ogni multinazionale che passa, opere inutili, feste e festini, flotte e propagande, tutto questo sì e un sistema democratico no? Aveva ragione Saramago: «Questo mondo non va bene, che ne venga un altro».