Il parco eolico di Buddusò è «il più grande d’Italia », quello di Portoscuso, imminente, «il più grande d’Italia (della galassia Enel...)». La celebrazione retorica dei parchi eolici, da sola, nasconderebbe l’inganno. «Ogni insediamento di pale è annunciato in Sardegna come un primato», notava Placido Cherchi quando gli stavano distruggendo il paesaggio di Oschiri, le cime attorno al Limbara, fra Logudoro e Gallura cantate dalla poesia sarda e improvvisamente celebrata dalla propaganda dei gruppi energetici... Quel primo, «più grande parco eolico della Sardegna», fra Viddalba, Aggius, Bortigiadas, è del 1999. I sensali del gruppo irlandese “Ivpc4” offrirono, e contrattarono, fra i 70 e gli 80 mila euro di canone annuo a vantaggio di ciascun comune.
Un affitto ai proprietari dei pascoli di quelle alture. E il gioco era fatto. Non c’era una politica regionale. I sindaci erano soli, di fronte a un’offerta di soldi, di lavoro, all’offerta di apertura di strade per raggiungere le torri, sembravano utili per l’antincendio. Scriveva L’Unione Sarda facendo i conti di questo strano business: a ciascun abitante di questi paesi eolici, 100 euro. Cento euro all’anno sono diventati 50, ora in quei paesi della Gallura scoprono qualche trucco. Il canone diminuisce dopoi primi sei-sette anni. Le pale sono quasi obsolete, e non c’è nei contratti chi le smaltirà, con le loro piattaforme in cemento, i ferrivecchi, i cavi, le recinzioni. Ma dopo gli anni del centrosinistra vincente nel 2004, che ha messo l’eolico nel piano energetico regionale, lo ha legato ai vantaggi del pubblico, del sistema energetico regionale, lo ha sottoposto a una disciplina ambientale, ha considerato il vento bene comune, si torna a quegli anni. I comuni lusingati nel loro spirito autonomistico, di nuovo liberi di trattare e fare business, dall’eolico al fotovoltaico. In crisi finanziariamente, come prospettive, in fondo in crisi con le classi dirigenti, si offrono quasi immolandosi a una corruzione nemmeno individuale, ma d’ambiente.
Dice il sindaco di un paese sottoposto a pressioni per eolico e fotovoltaico: «Se vedono incerto me, ci provano con gli assessori, e poi vengono i proprietari dei terreni e mi chiedono perché no. E se avessi un gruppo di amici o dei parenti da sistemare nel cantiere di sei mesi o elettori da ringraziare o ingraziarmi, io potrei dire di sì ma non farei l’interesse collettivo ». L’interesse collettivo torna a gravare su troppo fragili spalle.«La corruzione è nell’impari rapporto fra una multinazionale e un’amministrazione locale povera e spaventata dalle conseguenze del suo coraggio». Sommersi da (pochi) soldi, dalla retorica, come si fa a dire di no a questi impianti da primato? Sembrano eroici i sindaci di Ottana che critica il fotovoltaico dei Clivati, e quello di Buddusò...