Oltre 64 mila aziende sarde indebitate per 3 miliardi e 516 milioni di euro nei confronti dello Stato.Non sono dati recentissimi, ma comunque da brivido.
Sono i numeri presentati un anno fa dai vertici sardi di Equitalia nell’audizione in commissione Bilancio del Consiglio Regionale. E la Commissione rilanciò immediatamente l’allarme alla giunta, per una situazione più simile a una polveriera che a una vertenza. Perciò, non solo i dati, ma pure il segnale di pericolo non è recente.
Anche perché Equitalia allora indicò proposte di intervento pubblico che, se azionate in tempo, avrebbero potuto forse alleggerire il carico di chi qualche speranza ce l’aveva ancora.
Che i cosiddetti “tartassati” non sono tutti uguali, a prescindere dal fatto che deve comunque esistere uno spartiacque sanzionatorio tra chi è puntuale e chi è moroso. E perché per le imprese trovarsi a pagare nel 2011 è cosa diversa rispetto a quattro o cinque anni fa. Di mezzo i terremoti finanziari, con produzioni e mercati in asfissia.
I numeri.
I dati cristallizzano il punto di caduta di posizioni debitorie che si trascinano da lustri e di altre recenti e, si diceva, di vicende spesso molto differenti tra loro, che vanno dallo stato di crisi temporanea a quello definitivo e irreversibile.
Delle 64.184 imprese in mora, 2.354 erano fallite, con debiti verso lo stato per 1 miliardo. Il principale creditore per tutte, fallite e in bonis, ovviamente, l’erario. Molto preoccupanti, però, i numeri sul versante dei debiti verso l’Inps: oltre 813 milioni. Che vuol dire anche contributi non pagati ai dipendenti, con tutto quello che consegue.
L’allarme e le proposte.
Un anno fa, dunque, davanti a questa situazione Equitalia e la commissione Bilancio discutono di numeri, ma anche di proposte che la società di riscossione suggerisce alle istituzioni in un suo documento.
Tra le altre, l’estensione della rateazione da 72 fino a 180 rate, anche per le somme ora non rateizzabili per legge, l’affidamento alla Regione della riscossione dei tributi propri e dell’autorizzazione a rateizzare le posizioni oggi escluse e la possibilità di prestate garanzie con l’assistenza di organismi regionali.
I ritardi.
Da qui l’allarme lanciato alla giunta, dal momento che i margini di manovra per il legislatore regionale sono ridotti per quel tipo di riforme, che sono statali. E la necessità di una battaglia sul versante del confronto col governo per ottenerle.
Perché se è vero che chi nonha pagato dovrà comunque farlo, è pur vero che le condizioni per affrontare la questione sarebbero diverse se la Sardegna, con una crisi senza precedenti, riuscisse a esercitare funzioni e poteri più incisivi oltre Tirreno, mettendo per esempio in campo l’argomento sovranità anche quando non si tratti del nolo di due traghetti.
A partire dalla pretesa delle entrate erariali, dovute per legge e mai trasferite. E alle altre risorse tagliate dal governo a ogni manovra.Che potrebbero servire anche ad agevolare prestiti per il pagamento dei tributi, o comunquea fronteggiare la crisi con politiche di sviluppo.
Invece Cappellacci può solo proporre un fondo che, gestito con i mezzi attuali, consentirebbe un aiuto a chi ha condizioni patrimoniali non da collasso. Che, purtroppo, sono le più diffuse. Come ammazzare un mammutcon uno sputo.
Altrove, in Italia, i poteri si fanno valere. Oggi il ministro Calderoli, illustrando la manovra finanziaria, ha confermato che con le nuove norme «saranno individuati soggetti di riscossione diversi da Equitalia» per le multe sulle quote latte degli allevatori del Nord.
Come dire che su quei debiti c’è spazio per riscrivere tutto.